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    VIII. LA MORSA DELLA SIBILLA

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    XII. DANAË

  • XIII. LA STANZA DI ARTEMISIA

    XIII. LA STANZA DI ARTEMISIA

 
  • Varie mostre a partire dal 1991 hanno contribuito a rivalutare Artemisia come artista. La grande mostra (forse la più completa ad oggi) svoltasi a Milano a Palazzo Reale dal 22 settembre 2011 al 29 gennaio 2012, e poi a Parigi, ha restituito all’artista romana piena dignità artistica.

    Il Museo Civico di Bassano del Grappa, VI, conserva un Susanna e i Vecchioni la cui attribuzione è controversa. Il dipinto è considerato opera della Gentileschi o della sua bottega poiché la composizione richiama fortemente quella di uno dei primi lavori di Artemisia, l’ormai celebre Susanna e i Vecchioni del 1610 (Olio su tela, 1.70m x 1,21m, Graf von Schnborn Kunstsammlungen, Schloss Weissenstein, Germania).

    Nel video il ritorno della Susanna di Bassano al Museo dopo essere stato prestato alla mostra di Parigi.

    Il dipinto raffigura una giovane nuda, Susanna, durante il bagno, reagire all’intrusione inappropriata e violenta di due uomini (uno vecchio e uno più giovane, contrariamente alla tradizione più comune dei due vecchioni).

    Claudio MONTEVERDI (1567 – 1643)
    Prologo Atto I – Sinfonia Atto II – Sinfonia Atto III (L’Orfeo, Venezia, Ricciardo Amadino, 1608)

  • I temi pittorici della Gentileschi e il suo stesso gesto artistico sembrano incendiati da una potenza rabbiosa la cui eco permane come un fantasma a distanza di secoli.

    A rivalutare per primo la figura artistica di Artemisia fu il critico e storico dell’arte Roberto Longhi. La vita tumultuosa dell’artista romana ispirò la moglie del Longhi, Anna Banti, a scriverne un romanzo. Negli anni del dopoguerra il romanzo della Banti decretò il successo di Artemisia cementandola nell’immaginario collettivo come figura romantica ed avventurosa, rendendo impossibile separare, da quel momento in poi, l’opera di quest’artista dalla sua biografia.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale, Anna Banti aveva perso il manoscritto originale, bruciato dalle truppe tedesche in ritirata. Nel libro poi pubblicato il ricordo del manoscritto andato perduto, il ricordo di tutte quelle pagine bruciate e quel primo tentativo di ritrarre Artemisia, divorato ormai dalle fiamme, è il motore stesso della storia.

    Claudio MONTEVERDI
    Se i languidi miei sguardi (Lettera amorosa a voce sola in genere rappresentativo) (Madrigali guerrieri e amorosi Libro VII, Venezia, Bartolomeo Magni, 1619)

  • La relazione tra Artemisia e suo padre non fu delle più facili. Lei non era solo la figlia di Orazio Gentileschi, era anche la prima e la migliore dei suoi apprendisti.

    Durante il processo per stupro, intentato contro Agostino Tassi, la vita privata dei Gentileschi fu indagata ed esposta pubblicamente, criticata l’educazione morale della ragazza, messa indubbio l’onestà del padre. Nonostante avesse vinto la causa, Artemisia abbandonò Roma subito dopo il processo per evitare lo scandalo e le maldicenze.

    Tornò a Roma varie volte, nei suoi spostamenti per l’Italia, sebbene i rapporti con Orazio fossero tesi.

    Orazio, da parte sua, continuò a sostenerla tra i committenti più potenti invitandola spesso a collaborare.

    Artemisia probabilmente fu a Genova con il padre nel 1624, quando lui era nella città ligure a lavorare per la famiglia Doria, e, un anno prima della sua morte, nel 1638, Orazio la invitò a raggiungerlo in Inghilterra, alla Corte di Re Carlo I, per aiutarlo a terminare la sua ultima opera, Il Trionfo della Pace e delle Arti, a decorazione del soffitto della Casa delle Delizie della Regina Enrichetta Maria a Greenwich.

    Orazio morì in Inghilterra, inaspettatamente, assistito dalla figlia.

    Giovanni Maria TRABACI (1575 – 1647)
    Consonanze stravaganti (Il secondo libro de ricercate & altri vari capricci, Napoli, Giacomo Carlino, 1615)

  • Prudenzia Montone morì prematuramente di parto quando Artemisia aveva solo 12 anni. Lasciò Orazio solo con sette figli. Artemisia era l’unica femmina.

    Tarquinio MERULA (1594 – 1665)
    Hor ch’è tempo di dormire (Canzonetta spirituale sopra la Nanna) (Curtio precipitato et altri capricii, Venezia, Bartolomeo Magni, 1638)

  • Frequentare il mondo maschile dei cantieri artistici, tanto gli atelier quanto i ponteggi per la creazione degli affreschi, era, al tempo, inappropriato se non proprio moralmente inaccettabile per una giovane donna.

    Oggi è data per certa la partecipazione di Artemisia, allora diciasettenne, alla produzione del lavoro del padre e di Agostino Tassi per il Concerto musicale con Apollo e le Muse sulle volte del Casino delle Muse nel giardino del palazzo romano di Scipione Borghese, nel 1611.

    Giovanni Battista FONTANA (ca. 1571 – ca. 1630)
    Sonata Settima a doi violini (Sonate a 1. 2. 3. , Venezia, Bartolomeo Magni, 1641)

  • I figli di Orazio furono educati tutti in bottega. Artemisia condivise con i suoi sei fratelli maschi una formazione paritaria, rivelandosi precocemente come la più talentuosa.

    Durante il processo tali libertà ed uguaglianza furono denunciate come reprimevole promiscuità.

    Orazio fu accusato di aver aperto la sua casa, tanto quanto il proprio laboratorio, ai traffici di colleghi e committenti, facendo così la rovina della figlia.

    Andrea FALCONIERI (ca. 1585 – 1656)
    Folias echa para mi Señora Doña Tarolilla de Carallenos (Il Primo Libro di Canzone, Sinfonie, Fantasie […], Napoli, Pietro Paolini e Gioseppe Ricci, 1650)

  • Luigi ROSSI (ca. 1597 – 1653)
    Mio ben (Orfeo, 1647)

  • Nonostante la libertà in casa e in bottega di cui era accusata, la giovane Artemisia non era altrettanto libera in relazione al mondo esterno. Orazio, molto geloso, teneva Artemisia rinchiusa sotto la sua stretta. La ragazza poteva uscire a passeggiare solo all’alba, velata e severamente controllata da uno chaperon.

    Poiché la sua testimonianza non era considerata attendibile, al processo Artemisia fu sottoposta alla tortura dei Sibilli, o la morsa della Sibilla così chiamata perché con essa, per mezzo di un doloroso stritolamento delle mani, ci si aspettava di ottenere la verità.

    Alcuni anni più tardi a Firenze alla corte del Gran Duca di Toscana, la Granduchessa Caterina di Lorena avrebbe chiesto che il grande e terribile dipinto di Artemisia Giuditta uccide Oloferne fosse rimosso, posizionato nell’angolo più scuro di Palazzo Pitti e velato.

    Barbara STROZZI (1619 – 1677)
    Lagrime mie (Diporti di Euterpe ovvero Cantate e ariette a voce sola, op. 7, Venezia, Bartolomeo Magni, 1659)

  • Artemisia fu a Venezia nel 1628.

    Sappiamo poco di questo viaggio nella città lagunare. Tuttavia dipinti come Danae e Cleopatra rivelano che a Venezia Artemisia ebbe l’occasione di vedere le opere di Giorgione e Tiziano.
    Imparò rapidamente la lezione dei maestri veneti – non solo Giorgione, ma anche Tintoretto e Veronese -, incorporando molti aspetti della loro arte come i colori e i temi (in particolare le eroine bibliche).

    Claudio MONTEVERDI
    Sinfonia Atto III – Ritornello atto III – Prologo Atto I (L’Orfeo, Venezia, Ricciardo Amadino, 1608)

    Luigi ROSSI
    Finale Atto II (Orfeo, 1647)

  • “Artemisia Gentileschi, dal nome favoloso e serico come le pitture del padre, ci pare l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane; e ai suoi tempi non si potrebbe trovarle paragone”.

    “La signorina Artemisia dovette essere molto precoce in ogni cosa – si consulti al proposito il resoconto del processo del Tassi – e così in pittura, se verso il 1612, a quindici anni, quando il Tassi le insegnava, fra l’altro, la prospettiva, essa dipingeva il ritratto di un putto”.

    “Noi non dubitiamo ch’essa calcasse allora moderatamente le orme paterne, e si tratterebbe perciò di rinvenire qualche opera che appaia sulle tracce di Orazio, ma con qualche a tentoni giovenile, e magari di senso femminile”.

    Roberto Longhi, Padre e Figlia, L’Arte, 1916

    Barbara STROZZI
    Udite amanti – L’Eraclito amoroso (Cantate, arie e duetti Op. 2, Venezia, Angelo Gardano, 1651)

  • “E si studiò infinitamente Artemisia di fare una grand’opera nella Giuditta che uccide , anzi che scanna Oloferne in due esemplari grandi (Firenze e Napoli) e in una piccola replica su lavagna all’arcivescovado di Milano. Ma quella scissione fra mentalità e resa, fra civiltà e creazione che già avvertivamo in Orazio, si ripete qui nella figlia con fatalità quasi tragica, visto che ne vanno perdute, per ribrezzo, qualità pittoriche di prim’ordine. Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori ed ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato, da parer dipinto per mano del boja Lang? Ma – vien la voglia di dire –, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?

    Imploriamo grazia. Noi non vorremmo ad ogni modo seguire lo Schmerber nelle sue grosse osservazioni sullo spirito sadico del tempo; che qui non v’è nulla di sadico, se anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo, ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile, vi dico! Eppoi date per carità alla signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine, non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla?

    Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ’600 europeo, dopo Van Dyck”.

    Roberto Longhi, Padre e Figlia, L’Arte, 1916

    Stefano LANDI (1587 – 1639)
    Alla guerra (Quinto libro delle arie, Venezia, Bartolomeo Magni, 1637)

  • Critici e storici dell’arte concordano nel ritenere Artemisia un’artista ricettiva capace di lasciarsi permeare e nutrire da influenze diverse. Il suo costante viaggiare la espose ad innumerevoli connessioni ed incontri e gusti diversi. Questo e una natura particolare condusse ad una produzione molto diversificata quanto a stile.

    Le ossessioni di Artemisia – tradotte in un immaginario abbagliante e sensuale – divennero presto una formula di successo che le diede pieno controllo su clienti e committenti. Nelle sue lettere Artemisia rivela di essere tanto una donna d’affari quanto un’artista appassionata, interessata a dominare il commercio della propria arte quanto la propria arte stessa. Diresse personalmente la propria carriera conquistando commissioni importanti e remunerative.

    Amò appassionatamente uno dei suoi protettori. Lo scambio epistolare, recentemente pubblicato, svela come esistesse tra i due una relazione tempestosa. In una lettera lei rimprovera al suo amante di fare, in privato, un uso improprio dei suoi dipinti, palesando, se ce ne fosse ancora bisogno, il potere sensuale dei simulacri: immagini come seducenti e feconde gocce d’oro.

    Dario CASTELLO (1590 – 1658)
    Sonata X (Sonate concertate in stil moderno, Libro II, Venezia, Bartolomeo Magni, 1644)

  • Fermare Artemisia è impossibile. Ritrarre le sue molte facce troppo difficile. Ci lascia incantati, storditi e confusi come di fronte ad un caleidoscopio. Indipendente dal padre come artista, emancipata dagli aspetti più morbosi della sua biografia, ci invita, tuttavia, a non dimenticarci di quella ragazzina che urla ancora furiosamente tutta la sua rabbia selvaggia.

    Claudio MONTEVERDI
    Sì dolce è ’l tormento (C. Milanuzzi: Quarto scherzo delle ariose vaghezze, Venezia, Alessandro Vincenti, 1624)

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